PARLARSI: QUESTO È TUTTO CIÒ CHE SERVE.
La parola che orienta, sostiene e cura le ferite tra persone, team e organizzazioni
C’è una parola che attraversa ogni forma di relazione, ogni contesto di vita, ogni organizzazione. È una parola usata ovunque, spesso data per scontata, a volte svuotata di senso: comunicazione.
Ma che cos’è davvero questa parola-valigia, così ambivalente e potente allo stesso tempo?
Comunicare non significa semplicemente scambiarsi informazioni. Significa entrare in relazione con la propria interiorità e con quella degli altri: esporsi, ascoltare, reagire, lasciarsi toccare. È un processo vivo, che può costruire ponti o scavare distanze, generare fiducia o alimentare chiusure.
Nelle organizzazioni – dove le persone trascorrono una parte enorme della loro vita – la comunicazione non è un “di più”. È ciò che tiene insieme il sistema umano.
Ed è possibile leggerla almeno su tre livelli fondamentali.
I. Tenere aperto il dialogo, farsi conoscere
Il primo livello della comunicazione è quello più quotidiano e, proprio per questo, spesso il più trascurato: tenere aperto il dialogo.
Parlarsi ogni giorno, come persone prima ancora che come ruoli. Farsi conoscere, senza forzature.
Creare contesti in cui sia possibile esprimere pensieri, sensazioni ed emozioni perché ci si sente al sicuro.
Quando il dialogo resta aperto, le persone non devono difendersi continuamente, non indossano maschere, non trattengono ciò che conta davvero. Si costruisce quello spazio invisibile ma essenziale che chiamiamo sicurezza relazionale.
Come intervenire?
Qui entra in gioco lo sguardo del counseling organizzativo: uno sguardo allenato a leggere i climi relazionali, a facilitare la parola, a sostenere una comunicazione che non sia solo funzionale ai compiti, ma rispettosa dell’esperienza umana di chi lavora.
II. Ascolto qualificato e parole che “fanno bene”
Le persone non restano uguali nel tempo.
Nelle organizzazioni cambiano bisogni, desideri, motivazioni. Si attraversano età della vita diverse, passaggi delicati, situazioni complesse, a volte eventi di dolore, paura o perdita.
In questi momenti, la sola comunicazione razionale non basta.
Dire “siamo qui per te” senza saper ascoltare davvero rischia di diventare una frase vuota.
Per accompagnare le persone nei passaggi delicati servono competenze specifiche: nella leadership, nelle funzioni HR, o attraverso figure professionali specialistiche come i/le counselor.
Lo sguardo del counseling organizzativo integra due dimensioni fondamentali:
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la comunicazione razionale, necessaria per orientare, chiarire, dare senso;
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la comunicazione emozionale, indispensabile per accogliere, contenere e riconoscere ciò che la persona sta vivendo.
Solo quando queste due dimensioni camminano insieme, la comunicazione diventa uno strumento di crescita, maturazione e accompagnamento autentico.
Come intervenire?
Come counselor organizzativi/e possiamo intervenire in due modi. Da un lato, sostenendo lo sviluppo delle competenze comunicative e relazionali di chi ricopre ruoli di responsabilità, a partire da chi si occupa di gestione del personale, a livello dirigenziale, gestionale, operativo.
Dall’altro, affiancando o gestendo direttamente comunicazioni particolarmente difficili, in accordo con i referenti aziendali.
III. Il feedback: dirsi per crescere
Il feedback è uno degli strumenti più potenti per creare relazioni sane, autentiche e produttive. Ed è anche uno dei più abusati e fraintesi nel linguaggio organizzativo.
Il feedback è il processo attraverso cui restituiamo a qualcuno informazioni su un’azione o un comportamento, con l’obiettivo di favorire consapevolezza, regolazione e crescita.
Fare feedback non significa giudicare, né “dire la propria” senza filtri.
È l’arte di dirsi – e di dire anche le cose scomode –:
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in modo chiaro,
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basandosi su fatti osservabili,
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gestendo le proprie emozioni in modo consapevole.
Senza un flusso costante di feedback, le relazioni – professionali e personali – si impoveriscono.
È attraverso il feedback che impariamo a conoscerci meglio, a correggere la rotta, a migliorare il modo in cui stiamo insieme e lavoriamo insieme.
Come intervenire?
Come counselor organizzativi/e costruiamo percorsi strutturati ed esperienziali all’interno delle organizzazioni che offrono a team e singoli professionisti uno spazio protetto in cui imparare a dare e ricevere feedback, non in forma teorica, ma attraverso l’esperienza concreta.
Conclusione
Parlarsi non è un atto automatico.
È una competenza, una responsabilità, una scelta quotidiana.
Nelle organizzazioni, la qualità della comunicazione determina la qualità delle relazioni.
E la qualità delle relazioni, oggi più che mai, fa la differenza tra un luogo di lavoro che consuma le persone e uno che le sostiene, le fa crescere e le cura.
A volte, davvero, è tutto qui: imparare a parlarsi.
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